La cappella dei “Testimoni del Vangelo”

La cappella dei

“Testimoni del Vangelo”

«Dilectis Dei, vocatis sanctis…»

 

 Il Signore dette a me, frate Francesco, tale fede nelle chiese che io così semplicemente pregavo e dicevo:

 Ti ado­riamo, Santissimo Signore Gesù Cristo, qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero, e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

Testamento di San Francesco d’Assisi

La cappella  è il cuore della casa. È dedicata ai “Testimoni del Vangelo”, a coloro che, «amati da Dio e chiamati santi» (Rom 1, 7), nel silenzio e nel nascondimento, hanno confermato la loro fede alla sequela del «Cristo povero e crocifisso», versando il loro sangue nel martirio, lavorando a servizio della carità, vivendo un’autentica esistenza cristiana. «I loro nomi sono scritti nel libro della vita dell’Agnello» (Ap 21, 27).

È stata solennemente benedetta da S.Ecc. Mons. Eugenio Binini, Vescovo emerito della Diocesi di Massa Carrara – Pontremoli, Domenica 19 luglio 2015, in occasione della Festa di Santa Maria Maddalena, la “testimone della resurrezione del Signore, apostola degli apostoli”.

In essa viene celebrata tutta la Liturgia dell’Eremo: il servizio della Liturgia delle Ore, la Santa Eucaristia, la Liturgia della Parola.

 

+ SANCTORUM RELIQUIÆ +

 

“La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare”.

Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium n. 111

Nell’altare della cappella, sotto la mensa, come da antica tradizione, si conservano le reliquie dei santi e dei beati, memoria viva della “comunione dei santi in Cristo”.

SANTA MARIA MADDALENA, fedele discepola di Cristo fino alla croce, «apostola degli apostoli» nel giorno della risurrezione. Titolare della Parrocchia di Adelano nella figura della “mirofora”. La tradizione narra che Maria Maddalena, sbarcata in Provenza in fuga dalle persecuzioni dei cristiani in Terra Santa, si sia ritirata sul massiccio della Sainte Baume in eremitaggio, e lì visse gli ultimi trent’anni della sua esistenza, dopo aver evangelizzato molte genti. Per questo è venerata protettrice di eremiti ed anacoreti. La solennità è inserita nel calendario romano il 22 luglio (solennità): «Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione».

SANTA LUCIA, vergine e martire. Morì probabilmente a Siracusa durante la persecuzione di Diocleziano. Il suo culto fin dall’antichità si diffuse pressoché in tutta la Chiesa e il suo nome fu inserito nel Canone Romano. Il Martirologio Romano così la ricorda: «Memoria di santa Lucia, vergine e martire, che custodì, finché visse, la lampada accesa per andare incontro allo Sposo e, a Siracusa in Sicilia condotta alla morte per Cristo, meritò di accedere con lui alle nozze del cielo e di possedere la luce che non conosce tramonto». La memoria del suo martirio si celebra il 13 dicembre.

SAN POLICARPO, vescovo e martire. Nato a Smirne nell’anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100. Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio. Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa. Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione. L’anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà arso vivo. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155. Il Martirologio romano di lui fa memoria con queste parole: «Memoria di san Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’anfiteatro al cospetto del proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo». La memoria del suo martirio si celebra nel calendario romano il 23 febbraio.

SAN CAPRASIO, eremita e monaco del IV-V sec., rinunciò a grandi prospettive mondane, preferendo andare a vivere da eremita presso la celebre isola di Lérins, al largo della Costa Azzurra. Là si era recato anche Onorato con suo fratello Venanzio, due giovani desiderosi di averlo come maestro. Quando i due fratelli meditarono di trasferirsi in Oriente, anche Caprasio li seguì per condividere tale esperienza. Il viaggiò li obbligò a privarsi di molte cose ed a condurre una vita molto dura, tanto che la loro salute divenne cagionevole e non appena giunti in Grecia Venanzio morì. I due superstiti fecero allora ritorno in Gallia e per qualche tempo si rifugiarono tra le montagne attorno al Fréjus, optando poi per trasferirsi nuovamente a Lérins al fine di imitare l’austera vita dei padri del deserto. Ben presto altri seguaci si unirono a loro, desiderosi di seguire i medesimi ideali, e si rese così necessario ispirarsi alla regola di San Pacomio per formare un’ampia comunità come quella di Tabennesi in Egitto, dove un gran numero di piccole case religiose erano sottoposte ad una regola comune e ad un unico superiore. Anche se Caprasio non divenne mai ufficialmente abate della nascente comunità monastica, forse perché troppo avanti negli anni, è comunque comunemente considerato fondatore e primo abate di Lérins, in quanto guida spirituale di Onorato. Morì intorno al 434 e fu sepolto sull’isola di Lérins. Nella “laudatio” che Sant’Ilario di Arles compose dopo la sua morte, Caprasio è lodato per la sua grande fama di santità. Nel IX sec. il vescovo di Luni, Gualtiero I, durante il suo episcopato (872/873 – 896), traslò e compose le reliquie di san Caprasio nell’abbazia che in seguito (1077) da lui prese il titolo. È patrono dei pellegrini e del tratto lunigiano della Via Francigena. Viene ricordato nel Martyrologium Romanum il 1 giugno: «Nell’isola di Lérins in Provenza, in Francia, san Caprasio, eremita, che insieme a sant’Onorato si ritirò in questo luogo e vi diede inizio alla vita monastica».

SANT’ISIDORO, agricoltore. Nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all’Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedevano. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Venne canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant’Andrea. La memoria è celebrata il 15 maggio: «A Madrid nella Castiglia in Spagna, sant’Isidoro, contadino, che insieme con sua moglie la beata Maria de la Cabeza attese con impegno alle fatiche dei campi, cogliendo con pazienza la ricompensa celeste più ancora dei frutti terreni, e fu vero modello di contadino cristiano».

SAN FRANCESCO D’ASSISI. Fondatore dell’Ordine dei Frati Minori. Patrono d’Italia e compatrono della Diocesi di Massa Carrara Pontremoli. Nacque ad Assisi nel 1182, da Pietro di Bernardone, ricco mercante di stoffe preziose, e da Madonna Pica; la madre gli mise nome Giovanni; ma, tornato il padre dal suo viaggio in Francia, cominciò a chiamare il figlio Francesco. Prima della conversione il giovane Francesco fu partecipe e condivise le istanze e le ambizioni del suo tempo. Nel 1202, tra le fila degli homines populi, prese parte allo scontro di Collestrada contro i perugini e i nobili assisani: fu catturato con molti suoi concittadini e condotto prigioniero a Perugia. Dopo un anno di trattative, tra Perugia e Assisi fu conclusa la pace, e Francesco fu liberato insieme ai compagni di prigionia. Decise allora di realizzare la sua aspirazione a diventare miles (cavaliere). Nel 1205 si unì al conte Gentile, partendo per la Puglia, onde essere da lui creato cavaliere (FF 1491). Giunto a Spoleto, a notte fatta si stese per dormire. E nel dormiveglia udì una voce interrogarlo: «Chi può meglio trattarti: il Signore o il servo?». Rispose: «Il Signore». Replicò la voce: «E allora perché abbandoni il Signore per il servo?». L’indomani Francesco tornò ad Assisi aspettando che Dio, del quale aveva udito la voce, gli rivelasse la sua volontà. Trascorse circa un anno nella solitudine, nella preghiera, nel servizio ai lebbrosi, fino a rinunciare pubblicamente, nel 1206, all’eredità paterna nelle mani del vescovo Guido e assumendo, di conseguenza, la condizione canonica di penitente volontario. Francesco vestì l’abito da eremita continuando a dedicarsi all’assistenza dei lebbrosi e al restauro materiale di alcune chiese in rovina del contado assisano dopo che a San Damiano aveva udito nuovamente la voce del Signore dirgli attraverso l’icona del Crocifisso: «Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Nel 1208, attirati dal suo modo di vita, si associarono a Francesco i primi compagni e con essi nel 1209 si recò a Roma per chiedere a Innocenzo III l’approvazione della loro forma di vita religiosa. Il Papa concesse l’autorizzazione a predicare rimandando però a un secondo tempo l’approvazione della Regola. Spinto dal desiderio di testimoniare Cristo nei paesi musulmani, Francesco tentò più volte di recarvisi. Finalmente nel 1219 raggiunse Damietta, in Egitto, dove, durante una tregua nei combattimenti della quinta crociata, venne ricevuto dal Sultano al-Malik al-Kamil. Rientrato ad Assisi nel 1220 Francesco rinunciò al governo dei frati a favore di Pietro Cattani. Non rinunciò però a continuare ad essere la guida spirituale come testimoniano i suoi scritti. Il 30 maggio 1221 si radunò in Assisi il capitolo detto “delle stuoie” e, in quella occasione si discusse il testo di una Regola da sottoporre all’approvazione della Curia romana nominando frate Elia vicario generale al posto di Pietro Cattani, morto il 10 marzo di quell’anno. La Regola (conosciuta come “Regola non bollata”) discussa e approvata dal capitolo del 1221 fu respinta dalla Curia romana perché troppo lunga e di carattere scarsamente giuridico. Dopo un processo di revisione del testo, al quale collaborò il cardinale Ugolino d’Ostia (il futuro papa Gregorio IX), il 29 novembre 1223 finalmente Onorio III approva con la bolla Solet annuere la Regola dell’Ordine dei Frati Minori (detta “Regola bollata”). Durante la notte di Natale del 1223, a Greccio, Francesco volle rievocare la nascita di Gesù, facendo una rappresentazione vivente di quell’evento per «vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato il Bambino nato a Betlemme per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Dopo il capitolo di Pentecoste del 1224 Francesco si ritirò con frate Leone sul monte della Verna per celebrarvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Lì, il 17 settembre, Francesco ebbe la visione del serafino, al termine della quale nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso. Di questo fu testimone il fedelissimo compagno frate Leone che, sulla chartula autografa di Francesco, aggiunge di sua mano: «Il beato Francesco, due anni prima della sua morte, fece una quaresima sul monte della Verna…e la mano di Dio fu su di lui mediante la visione del serafino e l’impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo». Nell’ultimo biennio di vita di Francesco si colloca la composizione del Cantico delle creature. Sono anni questi in cui Francesco è sempre più tribolato dalla malattia. Quando le sue condizioni si aggravarono in maniera definitiva Francesco fu riportato alla Porziuncola, dove morì nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226. Il giorno seguente il suo corpo, dopo una sosta presso le Sorelle Povere di San Damiano guidate da Chiara, fu portato in Assisi e venne sepolto temporaneamente nella chiesa di San Giorgio. Frate Francesco d’Assisi fu canonizzato il 19 luglio 1228 da Papa Gregorio IX. Il 25 maggio 1230 la sua salma fu definitivamente tumulata nella grande Basilica a lui intitolata. La sua memoria liturgica ricorre il 4 ottobre: «Memoria di san Francesco, che, dopo una spensierata gioventù, ad Assisi in Umbria si convertì ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristo che aveva incontrato in particolare nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. Unì a sé in comunità i Frati Minori. A tutti, itinerando, predicò l’amore di Dio, fino anche in Terra Santa, cercando nelle sue parole come nelle azioni la perfetta sequela di Cristo, e volle morire sulla nuda terra».

SANT’ANTONIO DI PADOVA, frate minore e dottore della Chiesa, appellato “doctor evangelicus”. Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell’eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell’Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell’Italia settentrionale proseguendo nell’opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentendosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell’Arcella. La memoria viene celebrata il 13 giugno. «Memoria di sant’Antonio, sacerdote e dottore della Chiesa, che, nato in Portogallo, già canonico regolare, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina; scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di san Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore».

SANTA VIRGINIA CENTURIONE BRACELLI, genovese, nacque a Genova il 2 aprile 1587 da famiglia nobile, figlia del Doge Giorgio Centurione. Fu sposa e madre. Vedova all’età di vent’anni, si dedicò completamente alle opere di carità. Instancabile soccorritrice dei poveri, dei diseredati e degli indigenti, si adoperò senza riguardo in occasione di epidemie e calamità a favore di malati e moribondi. Fondò il Conservatorio delle Suore di N.S. del Rifugio in Monte Calvario. Morì in Genova Carignano il 15 dicembre 1651. La memoria è celebrata il 22 settembre. «Santa Virginia Centurione Bracelli, vedova, che, dedita a servire Dio, accorse in molti modi in aiuto dei poveri, sostenne le chiese rurali e istituì e resse le Signore della Misericordia Protettrici dei Poveri».

BEATA MARIA REPETTO, nacque a Voltaggio, il 31 ottobre 1807. Monaca del Conservatorio di N.S. del Rifugio in Monte Calvario in Marassi (Genova), ancora in vita era chiamata la “Monaca santa”. Svolse il compito di portinaia, accogliendo e sovvenendo alle necessità di poveri, indigenti, malati e gente di ogni condizione sociale bisognosa di una parola, o di un conforto materiale e spirituale. Visse nel silenzio, nella preghiera e nel nascondimento la sua ricca vita interiore. Uscì dal monastero in sole due occasioni per servire e assistere gli appestati di colera durante le epidemie che colpirono la città. Morì a Genova il 5 gennaio 1890, dies natalis in cui ricorre la sua memoria liturgica. Il 4 ottobre 1981, da papa Giovanni Paolo II fu ascritta nel Catalogo dei beati: «Beata Maria Repetto, vergine, delle Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario: vivendo lontana dal mondo, si distinse nel confortare gli afflitti e nel risollevare i dubbiosi alla speranza della salvezza».

SAN LEOPOLDO MANDIC’. Nacque a Castelnuovo di Cattaro (Herceg-Novi in serbo), nella Dalmazia meridionale, il 12 maggio 1866, penultimo di sedici figli di una famiglia cattolica croata. Piccolo di statura, curvo e malfermo di salute, entrato a sedici anni nei Frati Minori Cappuccini di Venezia, è apprezzato per la sua straordinaria mitezza. Di intelligenza aperta, aveva una buona formazione filosofica e teologica, una vasta conoscenza delle sacre Scritture e per tutta la vita continuò a leggere i padri e i dottori della Chiesa. Sin dal 1887, si era sentì chiamato a promuovere l’unione dei cristiani orientali separati con la Chiesa cattolica e per questo collabora indefessamente alla riunificazione con la Chiesa ortodossa, ardendo di zelo per l’unità dei cristiani. Si dedicò per tutta la vita al ministero della riconciliazione e alla direzione spirituale. Muore il 30 luglio 1942, giorno in cui ricorre la memoria. «San Leopoldo (Bogdano) da Castronuovo Mandic, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che arse di zelo per l’unità dei cristiani e dedicò tutta la vita al ministero della riconciliazione».